
Ci sono momenti in cui la misura è colma, in cui il silenzio non è più prudenza ma diventa favoreggiamento, e in cui bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza timori reverenziali né sconti per nessuno.
Quella che sto vivendo non è soltanto una vertenza giudiziaria o una controversia economica legata a un capannone industriale che difendo con la forza di ventisei anni di possesso e di sudore. Questa è una storia che scava nelle crepe più profonde dei rapporti umani e dei falsi miti di questo territorio.
Da una parte ci sono io, un uomo che ha speso la sua vita lavorando, producendo, investendo e pagando ogni singola tassa, ritrovandosi oggi a fare i conti con un muro di gomma istituzionale e con decisioni che gridano vendetta. Dall’altra, abbiamo chi si trincera dietro a blasoni di famiglia e a nomi storici — come quello della signora Marisa Leporino, considerata tra i volti più ricchi e in vista di Diamante. Una famiglia protetta, intoccabile, forte di un patrimonio cospicuo, con ramificazioni altolocate, un figlio con un passato nella Guardia di Finanza oggi a Roma, e una gestione familiare che dietro le quinte muove le leve di una vera e propria aggressione patrimoniale.
La domanda che mi pongo ogni giorno, e che oggi faccio mia pubblicamente, è semplice: come si fa a ridursi a tanto? Come può una famiglia che non avrebbe alcun bisogno materiale di infierire calpestare ogni regola del vivere civile, rifiutando persino un confronto diretto? Ho provato ad andare a parlare faccia a faccia, a cercare un dialogo umano, a trovare una quadra. Promesse di circostanza, un “sì, vengo, ci vediamo”, e poi il nulla. La fuga sistematica. Al mio posto si sono sempre e solo mossi gli avvocati, un muro di gomma eretto per impedire il confronto e per coprire una condotta predatoria fatta di merci trafugate di notte, beni sequestrati e mai protetti, e ombre pesanti su centinaia di migliaia di euro non dichiarati che la magistratura continua stranamente a ignorare. Chi ha la coscienza pulita non fugge al dialogo; chi si trincera dietro ai legali lo fa perché sa benissimo che la verità dei fatti è indifendibile.
Ma c’è un aspetto grottesco in tutto questo, destinato a esplodere quando i nodi verranno al pettine. Stiamo parlando di una Società in Nome Collettivo (SNC), non di una srl protetta da schermi di capitale. In una SNC la responsabilità è illimitata e solidale. Quei parenti e soci che oggi fanno gli gnorri, che si defilano, che dicono di non c’entrare nulla e si tirano fuori per quieto vivere o per vigliaccheria, farebbero bene a svegliarsi. Non ci si può lavare le mani quando scattano le responsabilità civili e penali: la legge non ammette ignoranza né complicità di comodo.
Non ho paura delle querele né di dire la verità. Chi non ha scheletri nell’armadio cammina a testa alta. Questo post non è uno sfogo estemporaneo, ma un atto d’accusa pubblico e circostanziato che entrerà di diritto come capitolo fondamentale nel libro che sto scrivendo. La misura è colma, e la verità, carta alla mano, farà il suo corso.
Scopri di più da Rcvideo Press
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
